Per la prima volta un italiano alla Maratona di New York City con una protesi alla gamba

Nessuno sa qual’è il massimo che può raggiungere”. (Arturo Toscanini)

E soltanto continuando a sfidarsi possiamo saperlo.
Proprio come fa Emiliano Malagoli, che non smette di misurare se stesso e la propria disabilità. Dalle corse in moto alla maratona.
Con lui, in questo bellissimo binomio sportivo, anche Claudio Comigni di Bridgestone.

La maratona di New York non è una sfida semplice, non lo è per un normodotato, figuriamoci senza la gamba destra e con la sinistra bloccata da ferri e viti in titanio!

Emiliano Malagoli, classe 1975, cresciuto con la passione del motociclismo, sarà il 1° italiano a tentare questa impresa: la maratona di New York con protesi alla gamba.

Emiliano, nel 2011 a seguito di un incidente stradale, ha subito l’amputazione della gamba destra, mentre la sinistra è rimasta seriamente compromessa. 400 giorni dopo l’incidente, torna in pista al Mugello. Ma la sua storia non finisce qui: voleva che anche altri ragazzi disabili potessero provare le sue stesse emozioni tornando in sella.

Con questo obiettivo, nel 2013 fonda la ONLUS Di.Di. Diversamente Disabili, la prima Associazione in Italia che si occupa di (ri)avvicinare al mondo delle due ruote i ragazzi disabili che per difficoltà economiche, burocratiche, logistiche e psicologiche non hanno avuto la possibilità di farlo.

Con Annalisa Minetti, cantante e atleta paralimpica, come Madrina e Lucio Cecchinello, Team Manager della LCR in MotoGP come Presidente onorario, oggi la Onlus organizza un campionato italiano “Octo Bridgestone Cup”, e un campionato internazionale “International Bridgestone Handy Race” che corre all’interno della MotoGP e della WorldSBK. Diversamente Disabili.

In questi anni hanno preso parte alle competizioni 180 piloti disabili provenienti da 12 nazioni. La onlus organizza inoltre eventi di Educazione e sicurezza stradale nelle scuole, di Mototerapia, oltre a corsi di guida sicura in moto per disabili e per la patente speciale AS: più di 300 ragazzi sono risaliti in sella!

Oggi, Emiliano sta affrontando allenamenti durissimi, fisici e mentali, per prepararsi a questa impresa, ma una difficoltà ulteriore è data dalla protesi: non esiste infatti una protesi specifica per fare la maratona.


Emiliano, perché vuoi intraprendere questa sfida?

“La maratona è il simbolo perfetto che descrive la mia vita: i momenti difficili, le prove da superare, i traguardi che sembrano impossibili, le volte in cui in cui pensi di mollare tutto. Ho deciso di affrontare questa impresa per le persone che come me almeno una volta hanno detto “non posso farcela”. Provare a dimostrare invece che tutto è possibile, superando le convinzioni che ci limitano”.

La vita? Una grande maratona!

“Potrebbe essere questo il titolo dell’impresa che voglio raggiungere! Guardando indietro e ripercorrendo la mia vita potrei proprio descriverla cosi. Nella vita, come in una maratona, ci sono situazioni difficili, prove da superare, fasi in cui i traguardi sono troppo lontani, ma soprattutto momenti in cui vorresti mollare ed abbandonare tutto!

Sicuramente non sarà una sfida semplice portare a termine una delle maratone più belle ma anche più faticose al mondo, quella di New York.

Lo è per un normodotato, figuriamoci riuscirci senza la mia gamba destra e con la sinistra bloccata da ferri e viti in titanio (è per questo che gli amici mi chiamano Jeeg Robot)”.

Il problema principale è che non esiste una protesi specifica per fare la maratona.

“Già nei primi allenamenti si stanno presentando problemi al moncone, bruciature da struscio che in alcuni periodi mi impediscono di utilizzare la protesi per i miei allenamenti, tenendomi fermo fino a che non si cicatrizzano. Ho la fortuna di avere aziende e tecnici ortopedici che mi supportano come Michelotti ed Ottobock per trovare le giuste soluzioni, ma non è assolutamente semplice.

Sto affrontando allenamenti durissimi, insieme alla mia grande amica Annalisa Minetti che invece si sta allenando per Tokio 2020, per preparare il mio corpo a questa impresa e abituare il mio moncone

a non sentire dolore per 42 km e 195 metri (che corrispondono circa a 50.000 passi).

Ci vorrà allo stesso tempo molto impegno mentale per superare le difficoltà come il dolore agli arti che sicuramente proverò.

In questa avventura porterò con me tutte quelle persone che nella vita almeno una volta hanno detto “non ce la faccio” per dimostrare che tutto è possibile, per potersi rispecchiare in me trovando la forza di superare le difficoltà che la vita spesso ti presenta, per rimuovere le convinzioni limitanti”.

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